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  Destinataria: Cristina C., un’amica/allieva in crisi relazionale.

  Quando: anno 2013, fine inverno o inizio primavera.

  Giornata faticosa, quella di oggi. Prima la Scuola e una chiassata con il Direttore (sono arcistufo della situazione), poi le sue scuse e la promessa di nuovi cavalletti (vedremo), poi a casa a sbrigar faccende domestiche e infine di nuovo fuori ad accompagnar persone a conferenze e visite (qui mi è andata meglio perché non son venute certe persone che mi interessavano poco, ma ne sono venute altre che si sono rivelate interessanti), infine il ritorno a casa, tardi e senza più benzina. 

  Così per cercare di capire il momento che sta vivendo la cara C. ho ascoltato 2-3 volte, in cuffia, una canzone che, se anche non mette di buon umore, dà comunque la carica. E’ un motivo degli anni ’60, interpretato da Petula Clark e si intitola “Downtown”. Ebbe anche una orribile traduzione in italiano, ma in originale è bello, sia come musica che come testo:

 “When you're alone and life is making you lonely /

You can always go / Downtown/

When you've got worries, all the noise and the hurry /

Seems to help, I know / Downtown/

Just listen to the music of the traffic in the city /

Linger on the sidewalk where the neon signs are pretty /

How can you lose?.....” .

  E’ un richiamo alla vita, alla fiducia, a una ritrovata voglia di vivere che i luoghi più vivi della città (downtown) possono risvegliare solo che ci si vada con la mente predisposta ad accoglierne gli stimoli.

  La città, in questo caso rappresenta la vita in tutte le sue pieghe e varianti, in tutte le situazioni e le opportunità.

  E’ degli anni ’60 questo brano, e si sente: la città, specie oggi, non è poi così accogliente e Milano non è certo Times Square (difatti è a New York o a Los Angeles o a S.Francisco che questo brano può essere ancora oggi riferito)…..

  Vabbè….  Hanno definito la donna “l’altra metà del cielo”…. Bella definizione! Poetica! Di sicuro effetto. E ambigua quanto basta. Si, perché contiene una clamorosa commistione, di certo voluta, che se non correttamente intesa può comportare gravi confusioni  perché combina due grandezze incompatibili quali “la metà”, che indica un limite di grandezza finito e “il cielo” che, altro non essendo che l’universo, ha dimensione infinita. 

  Hai mai pensato che un infinito è, per dimensione, uguale a due infiniti (o a tre, a quattro, a “n”)?? Se ci pensi  vedrai che la famosa definizione va riveduta: la donna è la “metà” di un infinito e cioè è infinita “come l’altra metà”, cavolo!!! 

  Comprendo e accetto tutte le tue ansie, incertezze, attese, delusioni, fragilità, disperazioni; tutti i tuoi dubbi, le domande e le risposte che ti dai e non giudico se sia giusto autocaricarsi di tante tensioni e speranze:  chi sono mai, io, per dirti “fai così” o “fai cosà”? In analoga situazione, io per il primo non vorrei avere attorno profeti che mi svelino le verità che io non saprei vedere o cogliere: così mi rimangono solo domande: mica tante, anzi, una sola. E voglio rivolgertela.

  Vedo bene che da ogni parola che scrivi, da ogni virgola o puntino traspare, meglio: grida un fragoroso bisogno, una richiesta, anche disperata, di una presenza, di un appoggio, di un sostegno che siano le conseguenze e che abbiano le implicazioni di un affetto (l’ “ammore” lasciamolo stare per ora) e non ti biasimo di certo. Chi non avrebbe la stessa necessità?

  E tuttavia vedo anche una carenza mica tanto veniale: non una  colpa, forse una dimenticanza.

  Dimentichi forse che chi ti cerca (e ti hanno cercato in tanti e tanti ti cercheranno, sennò mica eravamo a questo punto!) a sua volta porta con se “le stesse tue necessità”? Non pensi che, certamente, se ti si lega è anche perchè, oltre a “papparsi” un notevole “piezz’ ‘e fimmena”, lo fa perché trova modo di appagarle, queste necessità, e proprio con la tua presenza?! Perché, allora,  non rifletti che non sei solo tu ad averi bisogno di qualcuno, ma è anche il “qualcuno” che ha bisogno di te?

  Sembra invece che quando trovi un apparente appagamento nella vicinanza di un possibile compagno, ti senta immediatamente in debito con il “candidato” che questo appagamento ti dà! E temi di non saper ripagare, dubiti se sarai mai all’altezza, se vali davvero qualcosa, se mai sarai degna dell’attenzione del… (fai tu il nome) di turno.  Non so se sia davvero così e magari mi dirai che sbaglio e può essere, ma ti assicuro che da fuori è questa l’impressione che se ne riceve.  

  Guarda che a nessun “moscone”, in fondo, piace avere accanto una fanciulla “riconoscente”, arrendevole o  che gli riconosca una prevalenza  per il solo fatto che “egli c’è”.  Piuttosto la tiranna; meglio ancora il premio da inseguire, da conquistare, per cui lottare…  è di questo che si ha bisogno: l’altra persona cerca quello che cerchi tu e tu non devi ad essa null’altro che quello che sei, vorrei dire “nel bene e nel male”.

  Di certo non sei in una condizione di debolezza più di quanto non lo sia l’ “altro” e di questo devi diventare totalmente cosciente se vorrai vivere davvero un rapporto “da pari a pari”.

  Chiudo qui perché vedo che ho scritto un romanzo. Chissà se arriverai a leggere tutto. Ma se arrivi sino a qui ricorda che non sei  solo “metà”: sei soprattutto “cielo”.

  Un abbraccio.

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