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(con riferimento alla rassegna "Picasso, 200 capolavori" - Milano, Palazzo Reale, 10/2001–01/2002)

Di Pablo Ruiz Picasso, nato a Malaga alla fine del secolo diciannovesimo (1881) e morto da qualche parte in Costa Azzurra alla fine del ventesimo (1973) s’è già scritto abbastanza. Di lui sono state celebrate le opere, le scoperte, le innovazioni. Saggi, articoli e monografie a josa ne hanno commentato l'acutezza analitica, la forza penetrativa, la straordinaria capacità di sintesi grazie alla quale la forma, stadio primo del visibile, si svela nel suo dato più' autentico ed essenziale.....

Picasso e' stato straripante in ogni sua manifestazione e nelle conseguenze che ne sono derivate. Nessuna pretesa, quindi, di aggiungere altro che non sia gia' prodotto a compendi, nozioni e notizie in merito a questo artista, riconosciuto come uno dei massimi di ogni epoca.

Dunque, Picasso.

Un genio la cui genialità fu quasi subito riconosciuta. La cui arte appare indenne al mutare dei tempi giusto perché' furono i tempi ad esser condizionati dalle sue "trovate" e, semmai, gli furono debitori.  L' indagine a tutto campo che Picasso compie sulla realtà visibile e vissuta si configura come una programmatica "presa di coscienza" onnicomprensiva del tempo e della storia, dell' essere e del divenire. Di fatto, il fondamento della coscienza moderna, esente da interferenze ideologiche e dalle insidie avvolgenti del mistero e dell' ambiguità.  Anni or sono un illuminante articolo del Corsera, autore Giovanni Testori, trattava a proposito della genialità di Picasso. Testori ne misurava il genio in base a i tre (condivisi) tratti caratteristici qui riassunti.

Per prima, la STATICITA’. Da non confondersi con l'inerzia, è la capacità del genio di essere costantemente uguale a se' stesso. Di non cambiar pelle al mutar del tempo, al succedersi degli eventi e all' accrescersi delle esperienze. E’ infatti il genio stesso a segnare il tempo, a qualificare gli eventi, a tracciare il percorso che sarà occasione di esperienza per coloro che lo seguiranno. Picasso e' stato precisamente tutto questo, il secolo appena trascorso non sarebbe stato lo stesso senza la sua opera e non c'e' da sprecar parole per rimarcarne l' evidenza.

Viene poi l’ OVVIETA’. Cosa diversa dalla banalità o dalla semplificazione, è l’attitudine unica del genio di trovare a qualsiasi problema la più naturale e convincente delle soluzioni o, per dirla in altre parole, l’ovvietà del genio è quella che fa sembrare ogni cosa facile a vedersi come a farsi. Non è insolito, di fronte all’asprezza delle opere del periodo blu, alle puntigliose frammentazioni del primo cubismo analitico o alle estreme riduzioni formali del cubismo sintetico dubitare che, forse, "quelle cose" sarebbero alla portata di molti, quando è invece vero che penetrare la sostanza generante della forma per tradurla in pochi essenziali segni e' un’azione creativa densa di insidie e dispersiva, sufficiente a disorientare chi non avesse fermezza di intenti e costanza di pensiero.

L’ovvietà, del resto, si manifesta in molteplici discipline: nella scienza, nella letteratura, nel teatro,  in tutte le forme dell’arte e anche nello sport. Ovunque un’opera o un’azione sia portata a compimento con la naturalezza che connota il segno della logica dei fatti e della consapevolezza delle impressioni.

Il terzo fattore è LA COGNIZIONE DEL DOLORE, forse individuabile nel binomio “tormento ed estasi" connesso alla creazione dell' opera d'arte. Fuor d’ogni retorica, il riferimento sarebbe al percorso compiuto dall’artista, all'iter certamente tormentoso della ricerca, all'ansia disperante di esprimere in maniera razionale ciò che si teme essere inesprimibile o, peggio, inarrivabile. E’ ancora il processo di acquisizione di quella famosa coscienza che anche per artisti grandi talvolta o spesso rimane incompiuto.

Su questo fattore Picasso appare carente: non per mancanza di genio, bensì per eccesso. Nulla dell' opera di Picasso mostra segni di una ricerca penosa o sofferta.  I suoi lavori non trasudano tormento e, di contro, nemmeno la quiete sublimata dell'estasi raggiunta. L’indagine di Picasso scorre nell’alveo di una espressività sensata e di una identità inamovibile. La sua nota affermazione "Io non cerco, trovo" è quindi una coerente dichiarazione di scopi e moventi che svela i principi fattivi della sua azione sistematica.

Detto questo, ritenere ora che Picasso sia un genio per due terzi sarebbe un discorso vuoto di significati. Picasso va innanzitutto guardato con lo stesso spirito indagatore che fu il suo e che si  trasmette attraverso la sua opera di cui va rimarcata la peculiarità: per come essa rappresenti la sintesi tra forma e materia e per come l’energia creativa traduca l' essenza prima di una realtà liberata da sovrastrutture, unica e non più equivocabile.

Quella di Picasso è un’ arte scarna e scabra che dell' essenza prima delle cose non rivela nulla di più, ma anche - e soprattutto - nulla di meno.   

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