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Alberto Rovida: Disegni, Dipinti e capricci letterari

L' incipit - Hermann Melville e Moby Dick

Moby Dick

(il riscontro morale dell’opera di un genio)

 

 

Cosa si prova di fronte all' opera del genio? Quali reazioni stimola ed ispira l' accostarsi ad un' "opera sublime"?

Ci si è mai pensato?

Sono domande vaste e vaghe - e generiche per di piu' - lo so, ma io non voglio addentrarmi, che so? nel merito del portato etico e storico di quelli che universalmente sono additati come capolavori o nelle implicazioni semantiche legate alla loro percezione.

No, quello che mi interessa e' precisamente il "primo impatto": l'attimo primo, cioe', nel quale il capolavoro, l' opera sublime, appare, si manifesta, investe e travolge con la sua grandezza.      

E' difficile distinguere una qualsivoglia scala di priorita' o sequenza temporale nella fruizione di una grande opera, soprattutto quando la mente e lo spirito siano disponibili ad accogliere tutto cio' che e' espressione del genio.

Ed e' difficile recuperare un poco della distanza necessaria per dipanare quel meravigioso e convulso turbine di sensazioni ed emozioni che essa provoca, al fine di comprenderne, per quello che ci e' dato, la misura ed il valore.

Credo sia questa la ragione per cui chi sia dotato di anima sensibile, prima che di spirito analitico, adotta il metodo (che poi tale non e') di abbandonarsi al corso degli eventi emotivi, lasciandosi prendere da cio' che, istante dopo istante, l' opera sublime rivela o allude.

E credo anche sia questo il metodo migliore.

Percio' trovo la genialita' creativa tanto piu' affascinante quanto piu' riesce, gia' dal primissimo impatto, a trasmettere l'idea (ovviamente non la misura, che sarebbe impossibile) del sublime che seguira'. Quell' idea che lo spirito analitico si preoccupera' poi di recuperare nei suoi significati sviscerando (o forse svuotando), come la Scientifica sul luogo del delitto, quel che v'e' da sviscerare (o da svuotare).

Tutte le discipline creative possono prestarsi ad un simile approccio.

 

Penso alla musica. Penso all' immane soprassalto delle 4-5 note di attacco della Quinta Sinfonia di Beethoven, che qualcuno ha definito "Il Richiamo del Destino", oppure, piu' modestamente, all' inizio ritmato di "Imagine" di J.Lennon, che gia' dalle prime poche note adombra quel velo di mesta tristezza che ammanta tutti i sogni irrealizzabili, e poi alle corali di Bach, alla K525 di Mozart, e poi, e poi,...

Lo stesso, anche se con modi diversi, vale per l' arte figurativa. Basta entrare nel refettorio di S.Maria delle Grazie ed alzare appena gli occhi sulla parete di fondo; oppure salire i 4-5 scalini che ammettono alla Cappella di Joos Vijd nella cattedrale di S.Bavone, a Gand, per un vis-a-vis con il polittico dell' Agnello Mistico di Van Eyck; oppure ancora, spingere il portale di S.Maria della Steccata a Parma e, in un solo sguardo, percorrere la volta dell' arcone absidale del Parmigianino.

Ci si potrebbe dilungare all' infinito: sulla scultura, l'architettura, l' urbanistica, fors' anche la danza.

Ma, a ben vedere, e' la letteratura quella che meglio si presta a suggerire, sin dalle prime battute, un presagio di grandezza, a derivare, quasi, il "particulare" dall' "universale".

Questo perche' il modo con cui s' inizia un libro o una poesia non necessita di traduzione, dacche' utilizza un codice che, come appunto vuole il mezzo, e' naturalmente "leggibile".        

A voler sciorinare esempi non saprei da dove cominciare: l'ironia gia' malinconica delle prime battute del Don Quixote ("Lettore mio, che non hai niente di meglio da fare,...."); oppure il pacato distacco dell' avvio degli sposi promessi ("Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno.."); oppure ancora .... no, basta cosi'. Basta perche', fra i tanti, voglio andare subito a quello che ritengo essere l' esempio piu' lampante e geniale in assoluto: l' avvio straordinario di una autentica pietra miliare della letteratura che, pure nell' estrema sintesi (due sole parole), gia' appare allo spirito sensibile come denso di rivelazioni.

 

Quanti saranno coloro che hanno letto "Moby Dick"?

Me lo chiedo perche' e' singolare il fatto che l' infinita' di persone che conoscono la storia della balena bianca sembra essere inversamente proporzionale al numero di coloro che hanno letto il libro. E' il caso tipico di opera che uccide l' autore: quasi chiunque conosce Moby Dick, ma Herman Melville, chi se lo ricordera' mai?

Ebbene, Moby Dick inizia cosi': "Chiamatemi Ismaele.".

Nient' altro. Poi parte il romanzo.

Due parole. Ma quante cose riesce a comunicare Melville, con due sole parole!

Primo: il romanzo e' narrato in prima persona.

Pensiamoci. E' importante perche' la storia coinvolgera' nel profondo: nella ragione come nell' inconscio ed e' essenziale percepire la vicinanza, quasi la presenza fisica, del narratore.

Poi il nome. Notare che il narratore si e' presentato, ma non si e' rivelato.

Non sappiamo se Ismaele sia il suo vero nome, ma saperlo e' inutile. Puo' essere un nome inventato, convenzionale, e quasi certamente lo e'. Ma e' indifferente ai fini del racconto, anzi, e' giusto sia cosi' perche' "Ismaele" non esiste di per se'. Ismaele e' in noi, siamo noi, tutti noi. Questo dovizioso narratore che ci si siede accanto per metterci bonariamente a parte di una vicenda fantastica e' in realta' la proiezione di quella parte di noi che giace nel fondo dell' anima.

In quell' abisso d' ignoto e d' inconscio, che ci portiamo dentro e che mai riusciremo a sondare e a disvelare completamente, vi e' un Ismaele deciso, ansioso di imbarcarsi per una folle avventura.

E dal fondo di quell' abisso, dove riposano o sedimentano tutte le ansie, le angosce e le paure di noi mortali disperatamente soggiogati da un destino che ci sforziamo di decifrare, circoscrivere e spesso combattere, sappiamo che puo' emergere il Leviatano, la terribile Balena Bianca che dovremo tentare di distruggere, pur temendola invincibile, per non esserne distrutti a nostra volta.

Ma non e' tutto. "Chiamatemi Ismaele" non si da' come semplice informazione circa un metodo narrativo o una convenuta generalita'.

Pensiamoci ancora: questo e' un messaggio, quasi un accorato ammonimento.

Chiamatemi Ismaele o, se non vi piace, chiamatemi come vi pare, ma.... "chiamatemi".

Chiamatemi perche' Ismaele siete voi, siamo noi, e Moby Dick e' la' che infesta i mari tempestosi della nostra anima atterrita.

Proviamoci a chiamarlo, questo evanescente Ismaele ed ascoltiamo cio' che ha da dirci lui, che ha vissuto momenti d' eroismo unici.

Chiamiamoci, parliamo, una volta per tutte e senza infigimenti, con noi stessi: Moby Dick e' una minaccia latente, un presagio di morte, di distruzione, di dannazione finale senza appello, ma e' anche macchina di giustizia, riscontro di dignita', per chi non teme di affrontarla.

Chiamatemi Ismaele.... chissa' se nelle intenzioni di Melville quel piccolo marinaio aveva davvero quel nome?

Nel romanzo appare all' inizio e poi, praticamente, si annulla nelle convulsioni della trama sino a scomparire del tutto allorquando - e siamo giunti all' epilogo, alla tragedia finale - descrive l’ultimo, tremendo assalto della Balena Bianca buttando li' una breve frase: "Un uomo cadde in mare e si disperse tra i flutti".

Poi la catastrofe. Moby Dick, dopo aver travolto lance e marinai, si scaglia, con furia inusitata, contro il "Pequod", la incredibile baleniera del capitano Achab, squarciandola e mandandola a picco in pochi istanti ("Gran Dio! Dov'è la nave?") e con essa, tutto l' equipaggio.

Solo allora - siamo alle ultime righe - Ismaele o comunque si chiami, ricompare spiegando di avere potuto raccontare quella storia, lui essendo il marinaio caduto, disperso e casualmente raccolto da una nave di passaggio, dopo tre giorni alla deriva. 

 

Dopo queste considerazioni, credo si possa ben comprendere come quello stringato incipit renda appieno il senso di una silenziosa ma appassionata esortazione, secondo un modo di comunicare che, dopotutto, nella vita di tutti i giorni ricorre spesso, accertato che metafore, sottintesi ed allusioni sono frequenti nel nostro dialogare quotidiano.

Similmente, per noi, per tutti noi, per cio' che siamo stati e – sperabilmente - saremo; per come e per cio' che riusciamo ad essere adesso, potrebbe applicarsi il medesimo sottile infingimento di Ismaele ....

Pensiamoci ora, davvero. Ora sappiamo che Moby Dick, per quanto terribile, puo' essere combattuta e comunque deve essere affrontata, e tanto basta a scongiurare l' eventualita' che l' esito finale sia catastrofico.

"L' uomo puo' essere ucciso, ma non vinto", fa dire Hemingway a Santiago, il protagonista del "Vecchio e il mare". Uccidere quella parte di noi che ci pesa e che talora ci fa troppo soffrire, ammesso che a tanto si debba arrivare, sarebbe forse drammatico ma alla fine salutare, se di questo gesto estremo non rimanesse che il ricordo di un periodo vissuto e da non rivivere, se una nuova forza rigeneratrice animasse lo spirito di quell’anelito vitale che ci facesse sentire intimamente e fermamente "vincenti".


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