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  “Ho la debolezza dello scrivere” dice Dino Buzzati in uno dei suoi racconti. Meglio: lo fa dire ad un personaggio di sua invenzione al quale spiritosamente si paragona. 

  Sappiamo bene di quale forza fosse quella sua debolezza che gli diede successo e fama (meritati, secondo me), ma altrettanto sappiamo che molti sono i “deboli” che ci provano, si cimentano, si impegnano  senza raggiungere quelle vette che, per essere foriere di successo e fama, sono fatalmente riservate a pochi. 

  Quel che segue è l’esito delle debolezze del titolare del sito il quale, tuttavia, alle vette della fama non fa nulla per avvicinarsi, contentandosi di guardarle sempre da lontano.  Un sentito “grazie” per coloro che si provassero a leggere almeno uno degli scritti che qui troveranno e tanta solidale amicizia per coloro che arriveranno sino in fondo.

 

Ovvero: come spiegare la propria condotta senza per questo volerla giustificare

   Non me ne vorrà il grande Kipling se prendo a prestito una sua favoletta e mi permetto di rimaneggiarla, anzi di riadattarla a mio personale uso, per avventurarmi nelle spire di quella che, come spiega il titolo, vorrebbe essere la sincera e franca esposizione di ciò che non esito a definire un aspetto meschino del mio modo di essere.

  Più che un aspetto, lo definirei una conseguenza riprovevole, alimentata da un lato nefando del mio carattere, non immediatamente percettibile (essendo inodore ed insapore come certe sostanze tossiche) che, come se non bastasse, si accompagna ad altri miei aspetti  caratteriali similarmente negativi dei quali una vera e buona coscienza non avrebbe di che inorgoglirsene o d’ andarne fiera.

  Assicuro però chi mi legge che degli ulteriori testé citati miei caratteri negativi, in questo preciso istante non ne ho memoria.

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   Se potessi o dovessi scegliere di trasmutarmi in un animale che mi rappresentasse appieno, per come vorrei essere, dire, fare, pensare o comportarmi; per ciò che vorrei gli altri in me riconoscessero, ammirassero, invidiassero o temessero; per tutto ciò che significa grandezza, evoluzione, elevazione e sublimazione; per tutto ciò che è bellezza, coraggio, audacia, prestanza, forza ... ebbene vorrei essere precisamente - l'ho sempre detto - uno splendido, lucido, elegante, agile, possente e temerario Giaguaro....  

  Il Giaguaro!.... È il felino più forte, impavido, indomabile, instancabile, astuto e dotato. Più delle tigri, più dei leoni, più dei leopardi o dei puma,.... è il predatore principe, quello a cui le imprese di caccia più ardite, complicate e pericolose riescono con naturalezza, senza che mai, o quasi mai, egli debba dare fondo alle sue immense potenzialità.

  È il solo che non tema di vedersela con caimani e anaconda, che osi affrontarli direttamente nel loro stesso territorio e che, forse non sempre, ma sicuramente il più delle volte, ne esca vincitore.

  Nel Centro e nel Sud America lo chiamano "il gatto che uccide con un balzo" perché la vittima prescelta dal Giaguaro difficilmente lo impegna nello sforzo di un secondo assalto: il suo primo balzo è già quello fatale.

  Il Giaguaro è l' animale che meglio simboleggia l' identità che nella vita avrei voluto affermare e che la prova dei fatti, in modo lampante, dimostrò che mai avrei potuto raggiungere.

  Le aspirazioni sono legittime e legittimamente riconosciute a ciascuno di noi. Chiunque ha il diritto di aspirare a qualcosa. O almeno di sognare.

  La realtà della vita, invece, soprattutto quella alla quale debbo la mia formazione, non mi ha mai visto primeggiare per particolari doti di ferrea volontà, voglia di vincere o determinazione; mai mi vide affrontare e travolgere gli ostacoli e le difficoltà con la fiera consapevolezza della superiorità dei miei mezzi; mai assistette ad alcuna mia azione che meritasse l'appellativo di eroica o eclatante....  A dirla breve, caro lettore, il mondo, con chi scrive, annovera qualcosa di ben diverso dallo splendido e mirabile predatore maculato; qualcosa che, lungi dall' avventurarsi vincente tra le foreste della vita, si è collocato assai più in basso nella gerarchia delle nobili fiere, non andando oltre dall' essere – per simbolica analogia – niente più di un modesto, normalissimo gatto.

  Niente di più o di meglio: a questo e a nient'altro m'è riuscito di arrivare. 

  Un semplice, pigro, morbido, sfuggente ed innocuo gatto. Un animale del quale intenerisce la placida indolenza e diverte la buffa vivacità, ma al quale pochi perdonano l'opportunismo (in fondo veniale) o quel tratto sommesso di ambiguità (in fondo lieve).

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  Stavo pensando.

  Stavo pensando alla Morte... si, proprio alla Morte ma, come dire? Non proprio alla Morte come distacco dall’esistenza biologica, come evento inesorabile e definitivo, come passaggio ad una dimensione inconcepibile per le nostre provate menti, come stato a luogo dove non vi sia distinzione tra il Nulla e l’ Eterno …insomma, non stavo pensando alla Morte come al momento estremo e comunque terrifico con il quale prima o poi ci toccherà far i conti….  no: pensavo alla Morte semplicemente come ad uno dei tanti eventi che si susseguono nel ciclo naturale delle cose.

  La pensavo così, perché, vista da questo angolo, mi sembra che essa, la Morte, perda molto della sua componente drammatica: mi sembra, anzi, di poterla considerare il compendio e il complemento naturale della vita.

  Non ci sarebbe vita se non ci fosse Morte. La vita è azione e perpetuazione dell’ agire: quale vita, quale perpetuazione vi sarebbe se non vi fosse anche la fine, la Morte? Quella Morte per mezzo della quale gli esseri umani si consegnano l’un l’altro il testimone affinchè l’Umanità tutta prosegua nel suo cammino?

  Accettiamo pure che la Morte sia un passo doloroso e tragico per coloro che ne sono raggiunti (ma non sempre è così: talvolta essa è desiderata, attesa, cercata, liberatoria), ma pensiamo anche che, nel bene o nel male, ciò che ogni individuo crea, costruisce, agisce o provoca nel corso della propria esistenza contribuisce, sia pure a diverse misure, a perpetuare la vita e l’esistenza per coloro che, nascendo, ne sostituiranno la presenza sul pianeta. 

  Laddove abbiano forma e luogo gli esiti del patrimonio spirituale, la forma concreta del pensiero, la pragmatica sostanza dell' idea o il vago errare del sogno, insomma, ovunque vi sia asserzione di vita, l' esistenza della Morte risulta inevitabilmente avallata.

  Il nascere e il morire - gli eventi entro i quali si compie il corso della vita - si trovano in eterna e costante relazione: del primo si acquisisce coscienza ben dopo ch'e' avvenuto e quanto al  secondo, come fatto compiuto, e' destinato a risiedere nel mistero, ma se il primo evento, giorno dopo giorno, si allontana, l' altro si avvicina ineluttabile e, piacciano o meno questi discorsi,  e' indubbio che la convivenza con la Morte finisca per divenire un abito usuale.

  Benche' l'idea della Morte sia portatrice di sgomento (e certamente a noi, persone normali, poco inclini alle complesse meditazioni sull' eterno che, se non preservano dall' ora fatale, almeno ne leniscono l' opprimenza), la vediamo tuttavia comparire assai di frequente nel nostro quotidiano senza che per questo la nostra attenzione ne sia particolarmente scalfita. Sono innumerevoli le occasioni nelle quali ci si imbatte nella Morte in maniera del tutto neutra, senza che essa sia causa di traumi allo scorrere indifferente della giornata: quante volte, più o meno consciamente, essa ricorre nei nostri pensieri, o discorsi, come uno dei tanti sostantivi del quale ci serviamo riservando ad ognuno lo stesso, indifferente grado di attenzione?.

  La Morte ricorre negli intimi pensieri come nei discorsi di famiglia, tra amici o al lavoro, nelle notizie sentite o lette, al cinema o a teatro, negli scritti di qualunque genere: siano essi di scienza o di letteratura, saggi o trattati, quotidiani o periodici… essa non affranca neppure gli impersonali prodotti della burocrazia: documenti legali, assicurativi, certificativi o notarili, ed è notevole considerare che questa sua onnipresenza è indipendente da quello che può essere lo stato d’animo, la mansione o la condizione del momento: ci si può sentire lieti o tristi, entusiasti o depressi, concentrati o disimpegnati, seriosi o faceti: si nominerà la Morte, la si sentirà nominare, se ne scriverà, ci si rifletterà, ci si riferirà,  mantenendo comunque la mente e la coscienza ben lontane dall’ immane mistero che la Morte reca con sé. Ed e' giusto sia così, perchè gli avvenimenti premono e le trame dell’esistere incalzano.

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